il merlo giacobino
by fanghiglia
Prologo:
Renitente/
serico piumaggio/
assolato e curvo/
aerodinamico/:
s’apostrofa/
Mugghiato da sempre:/
senza mai restare;
sazia la volta/.
In una notte gassosa
Giacobino di nome/
Il merlo
stirò il becco e riscosse;/
Il regno vitale di acqua precipitata.
Monologo:
Finché sono stato in gabbia, ho percepito la vivezza delle ossa coperte dal pennuto che ho dovuto abitare.
L’annaspo è posizione dell’infante, mentre la grazia come la pena è pezza che veste l’anima non il succo.
Io sono un merlo e nelle mie fibra spenzolarmi nella calotta di coscienza, per farlo forzo le scapole, come il nascituro saggia il limite, mentre carponi.
Siamo entrambi migranti come le stelle, il silenzio, il plenilunio.
Il migrante è uccello di frontiera è incapace di restare. Transita: non cessa mai d’essere un clandestino della specie.
Acerrimo volatile della latitudine che a croce di volo, si sospende di traverso, virando nell’ovunque spettina la longitudine che ognór lo respinge.
In quei momenti il tempo smette di ragliare, accade che il precipitante sia intrappolato, ma dove?
Anche quella notte senza restare stavo nel traffico di gravità, sparato dalla calotta e leccato dalla superficie; danzando sopra la piccineria di voi umani, prossimo ad una discarica a cielo capovolto. Che di rosso s’ombreggiò.
Da quella notte il lamento della specie si è avvinghiato al corpo che vesto e nell’infinito si perde.
che simpatico! corro all’uccelleria e prendo 2 merli!