è lunedì

è lunedì 25 aprile tutto è fermo, pare contratto il silenzio che la città che non dorme mai ci rimanda. E’ un lunedì banale, una volta era speciale, perché 66 anni fa è stato letale, oggi è chiuso in una mordacchia che ci siamo messi da soli tra i nervi e sulla bocca: è un giorno come un altro eppure non è così, è il gioco infimo di un tempo sospeso a tratteggiare i nostri sentimenti, infilati in una cerbottana ostruita nella parte finale, dalla nostra stessa saliva, pertanto quando soffiamo il rimpallo della pallina di carta che s’agita all’interno di essa ci fa sputare in faccia da soli. Ma non basta. E’ lunedì 25 aprile e ancora non abbiamo capito che oggi come 66 anni fa le nostre fibre slombate nel profondo, resistono per esistere; ogni volta che dobbiamo firmare un contratto di lavoro a scadenza e a basso costo, ogni volta che la bruttura si fa posto, ogni volta che la bellezza umana tende la mano all’urlo, al rumore, al pressappochismo, al io sono, io penso: dopo sempre dopo un terremoto, una guerra, una vita mozzata. Ogne vòta ca ‘o pescecane se cerca ‘e magnà l’alice. Ogni volta che dobbiamo difenderci dai fendenti sparati sul nostro esistere, ogni volta che l’offesa diventa un dazio da pagare. E’ 25 aprile.

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