il lavoro che uccide

“Cos’é volgare? Chi é morale? Chi, o cosa, la domanda deve essere posta, chi ha l’onniscienza per definire la decenza, chi decide quello che può corrompere una coscienza… “, iniziava così una vecchia canzone degli articolo 31 sulla censura, eppure a sentirla oggi sembra scritta apposta contro chi con le sue azioni da vecchio monarca ci censura la vita, ci avvelena l’aria che abbiamo deciso di respirare in questo quarto di cielo. Probabilmente Giuseppe Papa 50 anni, operatore socio sanitario in una clinica di Castelmorrone, nella vicina Caserta ha visto il suo cielo sgretolarsi e l’aria diventare pesante, le dita friabili, mentre nel suo corpo transitava una disperazione acerrima da costipargli il petto. Quando ha deciso di legarsi una corda al collo, lasciandosi cadere. E’ in questi momenti che il proverbio: ‘a capa è ‘na sfoglia ‘e cepolla, fa agire un pensiero, drammatico, opinabile, libertario non sta a me tracciare verità né giudicare, piuttosto voglio condividere un sentire di vera e onesta compassione, come partecipazione al dolore con chi deve resistere per esistere, il mio pensiero va ai figli, alla moglie. Cosa rimane? Cosa lascia il gesto tragico di Giuseppe Papa? Un dolore che promana una sofferenza che ha cause oggettive. Quattro mesi senza stipendio per chi svolge la funzione di operatore sociale non è un periodo lunghissimo, ci sono operatori che non percepiscono lo stpendio da un anno. Ma non voglio fare inutili confronti temporali, non è il caso e non porta a niente. Il problema tutto non è  ascrivibile solo nelle spettanze economiche, o nelle fatture ancora non pagate da questa Regione o da quel Comune. Piuttosto è nella condizione costante di provvisorietà che, di fatto, consuma, smantella, scamazza.  Chi incessantemente e indefessamente è a contatto con la vulnerabilità altrui, con la sofferenza. Constata una verità lardellata di malessere che spesso si congiunge con la sua,  nel vedere tagli e ritagli ai Fondi dell Politiche Sociali da parte del governo nazionale. Dunque, non per un gioco di astri e, neppure, per un caso scellerato assiso sulle proprie groppe come un gufo, ma per una precipua volontà politico-culturale. Che si mortifica questa flotta umana di lavoranti sociali, che innanzitutto è  cuore, fegato, nervi, sterno, braccia, sesso, anima, stomaco, perineo, vertebre, torace, bocche…  insomma, siamo persone e come tali non impermeabili. Pertanto, ogni strappo dato oggi al sociale, quello che lavora, non quello mediatico, episodico, messianico. E’ un impoverimento massivo per il futuro; involar bellezza, mantenimento dello statu quo.  Il sociale come comparto, invece, giorno dopo giorno si adopera per rispondere ai bisogni effettivi, promuovendo l’autonomia nei soggetti utenti e non autocelebrazione garrula, crea percorsi abili di cittadinanza attiva, irrobustimento del sé, per un mutuo soccorso tra soggetti diversi e consapevolezza di non essere avversi.

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