papà si è rotto il giocattolo

    L’uomo cammina nella casa, sa dove mettere le mani. Con i suoi quattro sensi a disposizione. Avanza in cucina, prende un bicchiere dal mobile sopra il lavello. Si volta. È davanti al frigorifero lo apre, afferra una bottiglia con la quale riempie il vetro. Ripone la bottiglia nel vano dell’elettrodomestico che richiude subito. Poggia il bicchiere sul tavolo, poi apre il secondo cassetto alla sua destra, acciuffa un sacchetto di plastica nel quale tuffa la sua mano, portando fuori tre biscotti. Pone il tutto su un piatto che ricava dal lavabo. E si dirige nella stanza accanto, dove sua figlia gioca. Il passo pesante dell’uomo non disturba né la bambina né il silenzio che circonda la casa. Sistema il piatto sul tavolino di vimini accanto alla cesta dei giocattoli e s’avvicina alla bambina.

“Papà si è rotto il giocattolo”, la voce della figlia interrompe il silenzio.

Il padre che gli è accanto si accorge che un liquido le cola dalle mani: “Cos’è?” Chiede. La bambina risponde: “Non lo so”. Il padre con la mano aperta le tratteggia prima il contorno della spalla, poi le prende la mano che s’intreccia con quella della bambina, quasi a fare una pergola: “Cosa sono questi pezzi?” Chiede. La bambina si guarda prima il pollice poi l’anulare, volge lo sguardo al padre: “Non lo so”, risponde. Il padre si aiuta con il braccio della figlia, si siede come gli antichi egizi: formando con il capo un triangolo. La sua mano è ancora nella mano di lei.

Anche la voce ha lo stesso timbro di prima, e chiede: “Cosa sono queste due palline?”

La bambina si allontana di un palmo, guarda i due piccoli globi, poi aggrotta le sopracciglia: “Non lo so”, risponde.

Che il giocattolo si sia rotto, per il padre è ininfluente se non fosse che avverte nel corpo e nella voce di sua figlia un’agitazione che non gli piace, lo preoccupa.

Si ravvicina e con tutt’e due le mani cerca di rassicurarla scorrendo lungo le sue mani. Si accorge che i palmi sono ricurvi e stringono qualcosa che non è facile comprendere al tatto.

Decide di carezzarle il dorso che sente lentamente schiudersi. La bambina si tinge di rosso come un pomodoro san marzano perché sa che è arrivata la sua stagione e deve esprimersi, con il suo sapore. Invece la bambina unisce le mani e chiede: “Papà a che ora passa zia camomilla?” Il padre si stira la schiena e risponde: “È presto, ma dimmi c’è qualcosa che ti turba?”.

“Non lo so, ho solo voglia di zia camomilla!”, risponde sicura. “A quest’ora?”, chiede il padre. “Uffa, me la merito”, ribadisce lei. “Adesso chiediamo a mamma”, suggerisce il padre. “No, la voglio adesso, me la merito”, rafforza la bambina. “E cosa avresti fatto di tanto speciale per meritartela a quest’ora?”, il padre scherza. La bambina tace.

 “Chissà perché mamma tarda ad arrivare?” Chiede il padre. È in pensiero per la moglie, ma non lo da a capire. La bambina dà uno schiaffo a palmo aperto sulla mattonella che risuona nella stanza e nei nervi già tesi del padre.

“Papà si è rotto il giocattolo.”, dice tutto di un fiato, di nuovo la bambina.

Il padre fa un balzo in avanti, e chiede: “Quale giocattolo?”

“Quello…”, risponde la bambina.

Il padre fa un lungo respiro come per allontanare un presentimento. Avvicina la cesta dei giocattoli e inizia a toccarli uno a uno, per capire quale pezzo di stoffa, legno o plastica abbia procurato questo nervosismo alla bambina.

“Questo è Winnie?”, chiede, porgendole un orsacchiotto. La bambina non risponde, mentre il padre continua a sentire con il palmo della mano ogni giocattolo e chincaglieria venga fuori dalla cesta.

“Stai tranquilla lo cureremo, ma aiutami a trovarlo”.

“È una bugia”, ammonisce la bambina.

Il padre è disorientato conosce quella voce strozzata nel cuore. Lascia cadere la stanza delle Winx e con la mano cerca gli occhi di sua figlia.  “Calmati e dimmi è quello che ti abbiamo regalato questa estate con la piscina e lo scivolo che non mettevi mai a posto?”, chiede.

“No, è quello che metteva a posto tutti gli altri”. Imbullona la bambina.

la vicina siria

La Siria è vicina. Damasco è a tre passi da dove vivo, eppure il mondo si fa lontano da noi, si perde nelle chiacchiere del dopo cena. Imbrocca strade e sistemi che giustifica come se avesse bigiato scuola: siamo fuori la scuola di nostra vita, mentre il muezzin canta disperato per il sangue che stilla dalla sua-mia terra per mano di altri. Canta questo fratello da un minareto immaginario. Sospeso tra corpi esanimi e paura di non farcela. Canta, canta senza voce, il vento secco e ferroso lambisce ogni fibra, i suoi nervi sono corde di liuto dove arpeggia il suo incontenibile canto di dolore. Mentre la Russia si è ingurgitata strade e fagioli e con il suo culo moscio bombarda bambini, anziani, donne e uomini. E continua a mortificare la radice di questo popolo, cercando nel mutismo alleati, nel traffico putrefatto della storia di ieri: l’omertà di oggi. In queste situazioni i sentimenti si frastagliano, gli opposti si attraggono, le parole non servono ma attraverso di loro si può trovare un modo, per farsi rivolo o volano. Le parole sanno essere balsamiche o spigolose.

La lettera che segue è di Khaled Khalifa.

http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/lettera-aperta-agli-scrittori-di-tutto-il-mondo/

il merlo giacobino

Prologo:

Renitente/

serico piumaggio/

assolato e curvo/

aerodinamico/:

s’apostrofa/

Mugghiato da sempre:/

senza mai restare;

sazia la volta/.

In una notte gassosa

Giacobino di nome/

Il merlo

stirò il becco e riscosse;/

Il regno vitale di acqua precipitata.

Monologo:

Finché sono stato in gabbia, ho percepito la vivezza delle ossa coperte dal pennuto che ho dovuto abitare.

L’annaspo è posizione dell’infante, mentre la grazia come la pena è pezza che veste l’anima non il succo.

Io sono un merlo e nelle mie fibra spenzolarmi nella calotta di coscienza, per farlo forzo le scapole, come il nascituro saggia il limite, mentre carponi.

Siamo entrambi migranti come le stelle, il silenzio, il plenilunio.

Il migrante è uccello di frontiera è incapace di restare. Transita: non cessa mai d’essere un clandestino della specie.

Acerrimo volatile della latitudine che a croce di volo, si sospende di traverso, virando nell’ovunque spettina la longitudine che ognór lo respinge.

In quei momenti il tempo smette di ragliare, accade che il precipitante sia intrappolato, ma dove?

Anche quella notte senza restare stavo nel traffico di gravità, sparato dalla calotta e leccato dalla superficie; danzando sopra la piccineria di voi umani, prossimo ad una discarica a cielo capovolto. Che di rosso s’ombreggiò.

Da quella notte il lamento della specie si è avvinghiato al corpo che vesto e nell’infinito si perde.

vattene 2011

Vattene 2011 esci da me e da tutti noi, scappa non farti più trovare con quest’aria putrefatta che ha incatramato pure l’aria che respiriamo, vattene figlio di puttana tu e la crisi, lo spread e la manovra cresci italia; qui non cresce niente tranne il malessere e la percezione di sentirsi sempre di più un capitone senz’aria, senz’acqua sbattuto nella padella dal boia di turno. Vattene 2011 e dammi i miei soldi che aspetto da due anni da una politica che valuta i servizi rivolti all’infanzia e all’adolescenza meno di una bottiglia di berlucchi, meno di un pacchetto di sigarette comprato a forcella, meno di zero. Vattene non è una minaccia, non ho tempo né voglia ma spezza la tua coda colma di fiele che ha scudisciato abbastanza quest’anno: ogni esistenza, ogni possibile vagito di socialità, ogni (r)esistenza. Vattene 2011 e riportami i sorrisi a 32 denti di fratelli emigrati, riportami Valerio, Torcia, Rossella, Carla, Enzuccio, Rino, Mena e Checco ferryboat, fieri e contenti di restare nello stivale, soddisfatti perché riconosciuti per il loro talento, il loro agire. E’ solo un auspicio, lo so, un desiderio ma stasera allo spuntare della mezzanotte non farti trovare quando brinderò al tuo commiato, vattene un attimo prima. Amen.

‘na sera

Toh!

E’ ‘na sera comme nàta/pure sì nun vo’ essere uguale ‘a chell’ata/è ‘na sera ca nun s’arriva ‘a pere né cu ‘e mane/

‘o rinculo ‘e ‘na jurnata ca t’ha futtuto ‘o respiro ‘e vestuto d’affanne/te fà popò.

E’ na sera ca nun suppuorte ‘a casa ròtta/l’amico ca te parla, chillato ca te cunziglio,‘a guagliòna ca te sfruculè/

‘ntanto ‘e macchine passane ‘e penziere te sputane ‘nfaccia;

E’ accussì cuscienza, critica ‘e dialettica hanno pusate ‘e fierre/comme scarpe nòva ‘a fòra è vecchia ‘a dinto/

comme ‘a dicere ogge no, ma dimane sì.

E’ ‘na sera comme è nàta ‘o ciato comm’è sempe se smarca/è dà centro campo tira ‘a cuollo chiàto no pe’ signà/

ma pe’ capì addò c’ha fà ancora arrivà.

E’ ‘na sera addò ‘e panne ‘e lanta nun vestene cchiù chille ‘e mje/eppure meco currja/ancora!