contromano

Dice verità: chi? Risponde domanda. Il sax è seduto in custodia gli fa compagnia la polvere. La voce è assente spiffera la rugosità di una tonalità anarchica. L’assenza di una presenza mi ricorda mia nonna. Ed ecco che ripesco  nella mente bambini sul bagnasciuga spruzzarsi acqua e diffondere sorrisi immacolati.

Chiede silenzio a che punto è l’armonia dei fiati? Il cuore pompa la polpa di un battito non ancora battuto: batte forte a perdifiato corre sull’ovale prato di granturco.

Nella meraviglia dell’attesa si srotola il pettirosso ferito che tratteggia l’ascesa della mente e sussurra: aluta continua, la lotta continua.

L’assolo dell’ottone permane nelle risaie e nei campi elisi della mente; ancora acerba.

il merlo giacobino

Prologo:

Renitente/

serico piumaggio/

assolato e curvo/

aerodinamico/:

s’apostrofa/

Mugghiato da sempre:/

senza mai restare;

sazia la volta/.

In una notte gassosa

Giacobino di nome/

Il merlo

stirò il becco e riscosse;/

Il regno vitale di acqua precipitata.

Monologo:

Finché sono stato in gabbia, ho percepito la vivezza delle ossa coperte dal pennuto che ho dovuto abitare.

L’annaspo è posizione dell’infante, mentre la grazia come la pena è pezza che veste l’anima non il succo.

Io sono un merlo e nelle mie fibra spenzolarmi nella calotta di coscienza, per farlo forzo le scapole, come il nascituro saggia il limite, mentre carponi.

Siamo entrambi migranti come le stelle, il silenzio, il plenilunio.

Il migrante è uccello di frontiera è incapace di restare. Transita: non cessa mai d’essere un clandestino della specie.

Acerrimo volatile della latitudine che a croce di volo, si sospende di traverso, virando nell’ovunque spettina la longitudine che ognór lo respinge.

In quei momenti il tempo smette di ragliare, accade che il precipitante sia intrappolato, ma dove?

Anche quella notte senza restare stavo nel traffico di gravità, sparato dalla calotta e leccato dalla superficie; danzando sopra la piccineria di voi umani, prossimo ad una discarica a cielo capovolto. Che di rosso s’ombreggiò.

Da quella notte il lamento della specie si è avvinghiato al corpo che vesto e nell’infinito si perde.