stanco

Sono stanco: stanco di sentirvi, di auscultare il mio corpo e trovarvi in ogni sua giuntura, in ogni fibra di questo albero di carne che da tempo mi segue… fatto di sangue e nervi. Sono stanco di leggervi, di parlarvi, di sentirvi, di confrontarmi cu chi nun vo’ capì. Sono stanco ‘e cu me se rutt’o cazzo pure Giordano Bruno… ca starà penzanne: ca mamma d’ ‘a maronna nun v’è bastato ‘a m’abbrucià? Mo’ pure dint’e cartune?  Mettiteve scuòrno. Sono stanco no di Scampia ca m’ha ‘mparate ‘a fà l’Omme e mi ha dato il privilegio di conoscere il volto reale dell’amicizia e della resilienza, ma di chi ne parla, ne scrive, ne fa spettacoli, film, arte, educazione, pinzillacchere… pon puf e paf ma sempre a 15 chilometri di distanza e sempre nel periodo giusto per lui e pe’ chicchirichì. Sono stanco dell’essere umano che si spenzola sempre per apparire; chesta è ‘a zita è se chiamme sàbella, dicevano gli antichi, a chi ‘o caviale ‘a chi ‘a murtatella, aggiungo io. Sono stanco dell’assessore che bacchetta il sindaco e del sindaco che tira la giacchetta alla regione. Stanco di chi ci strattona, ce ‘nguacchia ‘a capa ‘e s’arrobbe ‘e respire. Stanco del governo, del vaticano, della curia, della legge Biagi e del pacchetto Treu. Sono stanco d’ ‘o paraviso, d’ ‘o purgatorio, di Dante e Bakunin. Pasolini Pasolini, Pasolì addò staje? Altri anni senza di te. La tua lucida leale e disperata maschera sul grigiore truffaldino piccino. Sono stanco di avere un computer ignorante che mi consiglia Pisolini. Ah, qualcuno mi consiglia di andare in vacanza, forse ci andrò tanto l’ho detto in più occasioni: i servizi cosiddetti alla persona in questo paese non sono una priorità, non servono educatori preparati ed esperti, serve chi sa servire, chi mantène ‘o carro p’ ‘a scèsa, serve ‘o volontario, l’esercito, serve chi coadiuva lo status quo ma strizza l’occhio alla cultura. Sono stanco della munnèzza ma se po’ sàpè addò l’aggio jttà, ma soprattutto dove? Sono stanco del napoli e di chi ne parla, come ne parla. Sono stanco delle morti bianche che si dimenticano nello stesso istante che una vita è mozzata. Sono stanco di indossare una città di mare solo parzialmente. Sono stanco di chi mi dice che napoli è così e che i napoletani sono colà. Stanco dei terrapieni che innalzano ogni giorno nelle nostre teste, alle nostre spalle. Sono stanco perché sto perdendo il rapporto con la natura, con la bellezza, con la meraviglia. Sono stanco nel constatare che le relazioni umane sempre più spesso sono attraversate da ettolitri di alcol. Sono stanco di chi pensa di essere più furbo di me e di sapere cosa penso e in cosa sono manchevole. Sono stanco di una nomea che in tutto e niente non incarna il battito del mio respiro.  Stanco sono di chi assorbe di napoli il peggio e poi con infamante triangolare arbitrarietà la tratteggia. Sono stanco di sentire che Goethe, Sartre e pure l’europa sono passati per napoli. Ma ‘a mme che me ne fotte? Sono stanco. Si vede?

parlami

Parlami ma questa volta non sbattere le labbra nel cercare le parole: esse si faranno trovare non appena le avrai dimenticate. Parlami come se non fossi io ad ascoltarti. Non violentare quel meraviglioso accadere. Le parole lo sanno da sé quale galleria attraversare e che accento dovrà indossarle. Non è un caso se non riesci a parlarmi. Non sono refrattario ma impermeabile al tuo pensierar. Mi chiedi il perché? – È capitato! – ti rispondo.

Potrei aggiungere che il tono che usi mi disgusta, oppure quel tuo voler creare a tutti i costi contatto, essere simpatia, creare effetto. Mi sa di clericalismo laico del tutto superato. C’è stato affidato il suono e nessuna proprietà, smettila di procedere arresta l’arranco che ti inchioda e offende l’intelligenza che un giorno hai trovato nel corpo.

Mi chiedi se hai possibilità? – Il problema è il tuo voler misurare ogni cosa.

È capitato, se continuo a scornarmi con il vento. È capitato, se nel cuore ho il mare e nell’anima il carnevale. Ci sono luoghi della mente ancora da arredare. Ci sono occhi che hanno taciuto e spade che hanno ballato.

Ci sono lontananze da vivere, adesso, sono mani che rovistano negli interstizi. È stomaco che sente. È un tempo nel tempo: che se vorrai avrà per te pneumatici che ti aiuteranno ad attraversare strade sterrate. Sarà un tempo diagonale ad accompagnarti. Non fare domande. Cessàti. Lascia che sia.