sassi

Sassi. Imperfetti, disseminati, acciottolati: di colore, peso e volume sempre diversi e mai avversi. Sassi pestati o lanciati? Sassi di mare sbattuti e consumati, continuamente velati da teli e asciugamani, nascosti sotto scarpe e sandali. Questi pezzi di roccia si incastrano, a tratti si incastonano e fanno corpo per reggere il peso di scarpe che un attimo prima, chissà per quale solitudine sono servite? Chissà per quale viaggio? Intanto l’idea che si aveva in testa prima di partire anch’essa oggi calpesta quelle splendide pietre pietrose. Sassi rimossi o gettati? Che non troveranno mai pace: schiacciati sotto l’ovale di pedalò, pressati da sedie a sdraio che da soli non reggerebbero nessuna vanità. Sassi. Odiati, bestemmiati da chi ha le vene varicose, da chi soffre di flebiti, poi cercati perché fanno bene alla circolazione. Sassi che da piccoli mettevamo nelle marmitte di macchine che ostacolavano il moto spontaneo del nostro far gioco. Sassi che rallentano il passo. Sassi di periferia un po’ come i Sassi di Matera. Sassi che aiutano le ruote della bici a non scivolare a precipizio in un burrone. Sassi che incorniciano la grotta degli Infreschi. Sassi che duettano con i massi imperiosi della mente. Sassi ancora sassi che lanciati sul pelo dell’acqua suscitano riverberi concentrici e ti schizzano la schiena, baciata dal sole. Sassi che osservati dalla Torre dei Caprioli a strapiombo sul mare luccicano come coccinelle, eppure sono sassi su sassi. Che in questa notte ancora cilentana sognano di essere qualcos’altro, mentre il golfo di Policastro lambisce i loro sospiri ingenui di sassi.

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parlami

Parlami ma questa volta non sbattere le labbra nel cercare le parole: esse si faranno trovare non appena le avrai dimenticate. Parlami come se non fossi io ad ascoltarti. Non violentare quel meraviglioso accadere. Le parole lo sanno da sé quale galleria attraversare e che accento dovrà indossarle. Non è un caso se non riesci a parlarmi. Non sono refrattario ma impermeabile al tuo pensierar. Mi chiedi il perché? – È capitato! – ti rispondo.

Potrei aggiungere che il tono che usi mi disgusta, oppure quel tuo voler creare a tutti i costi contatto, essere simpatia, creare effetto. Mi sa di clericalismo laico del tutto superato. C’è stato affidato il suono e nessuna proprietà, smettila di procedere arresta l’arranco che ti inchioda e offende l’intelligenza che un giorno hai trovato nel corpo.

Mi chiedi se hai possibilità? – Il problema è il tuo voler misurare ogni cosa.

È capitato, se continuo a scornarmi con il vento. È capitato, se nel cuore ho il mare e nell’anima il carnevale. Ci sono luoghi della mente ancora da arredare. Ci sono occhi che hanno taciuto e spade che hanno ballato.

Ci sono lontananze da vivere, adesso, sono mani che rovistano negli interstizi. È stomaco che sente. È un tempo nel tempo: che se vorrai avrà per te pneumatici che ti aiuteranno ad attraversare strade sterrate. Sarà un tempo diagonale ad accompagnarti. Non fare domande. Cessàti. Lascia che sia.

la vicina siria

La Siria è vicina. Damasco è a tre passi da dove vivo, eppure il mondo si fa lontano da noi, si perde nelle chiacchiere del dopo cena. Imbrocca strade e sistemi che giustifica come se avesse bigiato scuola: siamo fuori la scuola di nostra vita, mentre il muezzin canta disperato per il sangue che stilla dalla sua-mia terra per mano di altri. Canta questo fratello da un minareto immaginario. Sospeso tra corpi esanimi e paura di non farcela. Canta, canta senza voce, il vento secco e ferroso lambisce ogni fibra, i suoi nervi sono corde di liuto dove arpeggia il suo incontenibile canto di dolore. Mentre la Russia si è ingurgitata strade e fagioli e con il suo culo moscio bombarda bambini, anziani, donne e uomini. E continua a mortificare la radice di questo popolo, cercando nel mutismo alleati, nel traffico putrefatto della storia di ieri: l’omertà di oggi. In queste situazioni i sentimenti si frastagliano, gli opposti si attraggono, le parole non servono ma attraverso di loro si può trovare un modo, per farsi rivolo o volano. Le parole sanno essere balsamiche o spigolose.

La lettera che segue è di Khaled Khalifa.

http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/lettera-aperta-agli-scrittori-di-tutto-il-mondo/

‘na sera

Toh!

E’ ‘na sera comme nàta/pure sì nun vo’ essere uguale ‘a chell’ata/è ‘na sera ca nun s’arriva ‘a pere né cu ‘e mane/

‘o rinculo ‘e ‘na jurnata ca t’ha futtuto ‘o respiro ‘e vestuto d’affanne/te fà popò.

E’ na sera ca nun suppuorte ‘a casa ròtta/l’amico ca te parla, chillato ca te cunziglio,‘a guagliòna ca te sfruculè/

‘ntanto ‘e macchine passane ‘e penziere te sputane ‘nfaccia;

E’ accussì cuscienza, critica ‘e dialettica hanno pusate ‘e fierre/comme scarpe nòva ‘a fòra è vecchia ‘a dinto/

comme ‘a dicere ogge no, ma dimane sì.

E’ ‘na sera comme è nàta ‘o ciato comm’è sempe se smarca/è dà centro campo tira ‘a cuollo chiàto no pe’ signà/

ma pe’ capì addò c’ha fà ancora arrivà.

E’ ‘na sera addò ‘e panne ‘e lanta nun vestene cchiù chille ‘e mje/eppure meco currja/ancora!