contromano

Dice verità: chi? Risponde domanda. Il sax è seduto in custodia gli fa compagnia la polvere. La voce è assente spiffera la rugosità di una tonalità anarchica. L’assenza di una presenza mi ricorda mia nonna. Ed ecco che ripesco  nella mente bambini sul bagnasciuga spruzzarsi acqua e diffondere sorrisi immacolati.

Chiede silenzio a che punto è l’armonia dei fiati? Il cuore pompa la polpa di un battito non ancora battuto: batte forte a perdifiato corre sull’ovale prato di granturco.

Nella meraviglia dell’attesa si srotola il pettirosso ferito che tratteggia l’ascesa della mente e sussurra: aluta continua, la lotta continua.

L’assolo dell’ottone permane nelle risaie e nei campi elisi della mente; ancora acerba.

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scusate ma che sta succedendo? Niente! Sono operatori sociali. E chi sono?

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Jon Henley is travelling through Portugal, Spain, Italy and Greece to hear the human stories behind the European debt crisis. Here he describes the impact Italy’s austerity measures have had on non-profit organisations in Naples

Pietro Varriale

Pietro Varriale works with troubled youths in Naples; he hasn’t been paid in two years. Photograph: Jon Henley for the Guardian

Pietro Varriale is a burly, bearded and impassioned man who has been working with children in difficulty in Naples since 1998. He is involved in two projects through a non-profit organisation called Associazione Obiettivo Napoli: in one, he and his six-strong team welcome between 30 and 60 children a day aged eight to 16 who are in minor trouble – at school, with their families or with the police – and work with them: making lamps and furniture from recycled materials they collect themselves from the rubbish dump, mounting plays, sometimes just playing football.

In the second, the youth workers provide one-on-one counselling and advice to severely affected youngsters: victims of sexual abuse, of violence, who have family members in prison. Many of the children the youth workers deal with in this particular programme, Pietro says, come from families with links to the Camorra, Naples’ all-pervading Mafia-like criminal organisation.

“It’s a question of building up trust, educating them emotionally and morally, improving their self-esteem,” he said. “Very often they have experience of violence, and their first instinct is to resort to violence. It’s something you have to do step by step. It takes time, building such relationships. To start with you’re an intermediary between them and society, and the goal is gradually to be able to step back, so they can become full citizens themselves.”

Since the austerity measures introduced by central government to tackle Italy‘s yawning budget deficit and shore up confidence in its economic system, however, Obiettivo Napoli has been running into problems. Central funding to town halls has been cut, in some cases drastically, and organisations like Pietro’s, which sit uneasily somewhere between education, welfare and rehabilitation budgets, have been the first to suffer.

Bureaucratic obstacles are being put in their way: “They’re saying we need a second degree in education science to be able to do this work,” says Pietro. “It’s crazy. I have 15 years experience in this field, most of the team likewise, and we all have first degrees. A second degree is going to cost people a fortune, really a lot of money, and there’s no help or grant for that kind of thing. We’ve been given till 2013 to conform.”

Rather more seriously, the city hall has simply stopped paying Obiettivo Napoli’s bills. The association has had to borrow money from the bank to bridge the increasing gaps between payments. Pietro says he hasn’t been paid properly for nearly two years. He doesn’t have a family to support, but nonetheless has had to resort to bar work, waiting, picking tomatoes, building stages for concerts and summer outdoor theatre productions.

“You keep going because of the kids, the relationships you build up,” he said. “You just want to give them a choice in life, give them the skills so they can function properly in society. It doesn’t always work, of course with some of them you don’t succeed. But there are others …

“Just recently one boy, from a very violent background, very difficult – we were collecting stuff to recycle from the tip and he cut his knee. He held up this bit of skin and said, ‘Hey, Pietro, what can we recycle this for? Could be useful.’ He was joking, of course. But you knew he had changed, grown up, understood something. He would never have reacted like that before.”

His story encapsulates quite a few of Italy’s problems, Pietro reckons: “A bureaucracy that’s never happier than when it can create barriers to people who want to do something useful. Laws that are sound in principle, but can’t be made to work in practice. A lack of concern for the collective good. An absence of vision, of a real political or social project, on the part of politicians. And now a shortage of public money. It’s not great.”

 
 

papà si è rotto il giocattolo

    L’uomo cammina nella casa, sa dove mettere le mani. Con i suoi quattro sensi a disposizione. Avanza in cucina, prende un bicchiere dal mobile sopra il lavello. Si volta. È davanti al frigorifero lo apre, afferra una bottiglia con la quale riempie il vetro. Ripone la bottiglia nel vano dell’elettrodomestico che richiude subito. Poggia il bicchiere sul tavolo, poi apre il secondo cassetto alla sua destra, acciuffa un sacchetto di plastica nel quale tuffa la sua mano, portando fuori tre biscotti. Pone il tutto su un piatto che ricava dal lavabo. E si dirige nella stanza accanto, dove sua figlia gioca. Il passo pesante dell’uomo non disturba né la bambina né il silenzio che circonda la casa. Sistema il piatto sul tavolino di vimini accanto alla cesta dei giocattoli e s’avvicina alla bambina.

“Papà si è rotto il giocattolo”, la voce della figlia interrompe il silenzio.

Il padre che gli è accanto si accorge che un liquido le cola dalle mani: “Cos’è?” Chiede. La bambina risponde: “Non lo so”. Il padre con la mano aperta le tratteggia prima il contorno della spalla, poi le prende la mano che s’intreccia con quella della bambina, quasi a fare una pergola: “Cosa sono questi pezzi?” Chiede. La bambina si guarda prima il pollice poi l’anulare, volge lo sguardo al padre: “Non lo so”, risponde. Il padre si aiuta con il braccio della figlia, si siede come gli antichi egizi: formando con il capo un triangolo. La sua mano è ancora nella mano di lei.

Anche la voce ha lo stesso timbro di prima, e chiede: “Cosa sono queste due palline?”

La bambina si allontana di un palmo, guarda i due piccoli globi, poi aggrotta le sopracciglia: “Non lo so”, risponde.

Che il giocattolo si sia rotto, per il padre è ininfluente se non fosse che avverte nel corpo e nella voce di sua figlia un’agitazione che non gli piace, lo preoccupa.

Si ravvicina e con tutt’e due le mani cerca di rassicurarla scorrendo lungo le sue mani. Si accorge che i palmi sono ricurvi e stringono qualcosa che non è facile comprendere al tatto.

Decide di carezzarle il dorso che sente lentamente schiudersi. La bambina si tinge di rosso come un pomodoro san marzano perché sa che è arrivata la sua stagione e deve esprimersi, con il suo sapore. Invece la bambina unisce le mani e chiede: “Papà a che ora passa zia camomilla?” Il padre si stira la schiena e risponde: “È presto, ma dimmi c’è qualcosa che ti turba?”.

“Non lo so, ho solo voglia di zia camomilla!”, risponde sicura. “A quest’ora?”, chiede il padre. “Uffa, me la merito”, ribadisce lei. “Adesso chiediamo a mamma”, suggerisce il padre. “No, la voglio adesso, me la merito”, rafforza la bambina. “E cosa avresti fatto di tanto speciale per meritartela a quest’ora?”, il padre scherza. La bambina tace.

 “Chissà perché mamma tarda ad arrivare?” Chiede il padre. È in pensiero per la moglie, ma non lo da a capire. La bambina dà uno schiaffo a palmo aperto sulla mattonella che risuona nella stanza e nei nervi già tesi del padre.

“Papà si è rotto il giocattolo.”, dice tutto di un fiato, di nuovo la bambina.

Il padre fa un balzo in avanti, e chiede: “Quale giocattolo?”

“Quello…”, risponde la bambina.

Il padre fa un lungo respiro come per allontanare un presentimento. Avvicina la cesta dei giocattoli e inizia a toccarli uno a uno, per capire quale pezzo di stoffa, legno o plastica abbia procurato questo nervosismo alla bambina.

“Questo è Winnie?”, chiede, porgendole un orsacchiotto. La bambina non risponde, mentre il padre continua a sentire con il palmo della mano ogni giocattolo e chincaglieria venga fuori dalla cesta.

“Stai tranquilla lo cureremo, ma aiutami a trovarlo”.

“È una bugia”, ammonisce la bambina.

Il padre è disorientato conosce quella voce strozzata nel cuore. Lascia cadere la stanza delle Winx e con la mano cerca gli occhi di sua figlia.  “Calmati e dimmi è quello che ti abbiamo regalato questa estate con la piscina e lo scivolo che non mettevi mai a posto?”, chiede.

“No, è quello che metteva a posto tutti gli altri”. Imbullona la bambina.

la vicina siria

La Siria è vicina. Damasco è a tre passi da dove vivo, eppure il mondo si fa lontano da noi, si perde nelle chiacchiere del dopo cena. Imbrocca strade e sistemi che giustifica come se avesse bigiato scuola: siamo fuori la scuola di nostra vita, mentre il muezzin canta disperato per il sangue che stilla dalla sua-mia terra per mano di altri. Canta questo fratello da un minareto immaginario. Sospeso tra corpi esanimi e paura di non farcela. Canta, canta senza voce, il vento secco e ferroso lambisce ogni fibra, i suoi nervi sono corde di liuto dove arpeggia il suo incontenibile canto di dolore. Mentre la Russia si è ingurgitata strade e fagioli e con il suo culo moscio bombarda bambini, anziani, donne e uomini. E continua a mortificare la radice di questo popolo, cercando nel mutismo alleati, nel traffico putrefatto della storia di ieri: l’omertà di oggi. In queste situazioni i sentimenti si frastagliano, gli opposti si attraggono, le parole non servono ma attraverso di loro si può trovare un modo, per farsi rivolo o volano. Le parole sanno essere balsamiche o spigolose.

La lettera che segue è di Khaled Khalifa.

http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/lettera-aperta-agli-scrittori-di-tutto-il-mondo/

vattene 2011

Vattene 2011 esci da me e da tutti noi, scappa non farti più trovare con quest’aria putrefatta che ha incatramato pure l’aria che respiriamo, vattene figlio di puttana tu e la crisi, lo spread e la manovra cresci italia; qui non cresce niente tranne il malessere e la percezione di sentirsi sempre di più un capitone senz’aria, senz’acqua sbattuto nella padella dal boia di turno. Vattene 2011 e dammi i miei soldi che aspetto da due anni da una politica che valuta i servizi rivolti all’infanzia e all’adolescenza meno di una bottiglia di berlucchi, meno di un pacchetto di sigarette comprato a forcella, meno di zero. Vattene non è una minaccia, non ho tempo né voglia ma spezza la tua coda colma di fiele che ha scudisciato abbastanza quest’anno: ogni esistenza, ogni possibile vagito di socialità, ogni (r)esistenza. Vattene 2011 e riportami i sorrisi a 32 denti di fratelli emigrati, riportami Valerio, Torcia, Rossella, Carla, Enzuccio, Rino, Mena e Checco ferryboat, fieri e contenti di restare nello stivale, soddisfatti perché riconosciuti per il loro talento, il loro agire. E’ solo un auspicio, lo so, un desiderio ma stasera allo spuntare della mezzanotte non farti trovare quando brinderò al tuo commiato, vattene un attimo prima. Amen.

‘na sera

Toh!

E’ ‘na sera comme nàta/pure sì nun vo’ essere uguale ‘a chell’ata/è ‘na sera ca nun s’arriva ‘a pere né cu ‘e mane/

‘o rinculo ‘e ‘na jurnata ca t’ha futtuto ‘o respiro ‘e vestuto d’affanne/te fà popò.

E’ na sera ca nun suppuorte ‘a casa ròtta/l’amico ca te parla, chillato ca te cunziglio,‘a guagliòna ca te sfruculè/

‘ntanto ‘e macchine passane ‘e penziere te sputane ‘nfaccia;

E’ accussì cuscienza, critica ‘e dialettica hanno pusate ‘e fierre/comme scarpe nòva ‘a fòra è vecchia ‘a dinto/

comme ‘a dicere ogge no, ma dimane sì.

E’ ‘na sera comme è nàta ‘o ciato comm’è sempe se smarca/è dà centro campo tira ‘a cuollo chiàto no pe’ signà/

ma pe’ capì addò c’ha fà ancora arrivà.

E’ ‘na sera addò ‘e panne ‘e lanta nun vestene cchiù chille ‘e mje/eppure meco currja/ancora!


perché il mare non piange mai?

Mani avvolte nel setaccio di grida disgraziate;

lento è il tempo

seppur veloce

tace forte

se sgràvoglie dint’a ‘stu mare

ca nun tene tiempo

è acqua ca nun so’ nego

ma s’annega sempe ‘e cchiù

chell’idea fissa

po’ s’ammesca

torna

‘e s’annasonne arèto ‘a nisciuno.