sassi

Sassi. Imperfetti, disseminati, acciottolati: di colore, peso e volume sempre diversi e mai avversi. Sassi pestati o lanciati? Sassi di mare sbattuti e consumati, continuamente velati da teli e asciugamani, nascosti sotto scarpe e sandali. Questi pezzi di roccia si incastrano, a tratti si incastonano e fanno corpo per reggere il peso di scarpe che un attimo prima, chissà per quale solitudine sono servite? Chissà per quale viaggio? Intanto l’idea che si aveva in testa prima di partire anch’essa oggi calpesta quelle splendide pietre pietrose. Sassi rimossi o gettati? Che non troveranno mai pace: schiacciati sotto l’ovale di pedalò, pressati da sedie a sdraio che da soli non reggerebbero nessuna vanità. Sassi. Odiati, bestemmiati da chi ha le vene varicose, da chi soffre di flebiti, poi cercati perché fanno bene alla circolazione. Sassi che da piccoli mettevamo nelle marmitte di macchine che ostacolavano il moto spontaneo del nostro far gioco. Sassi che rallentano il passo. Sassi di periferia un po’ come i Sassi di Matera. Sassi che aiutano le ruote della bici a non scivolare a precipizio in un burrone. Sassi che incorniciano la grotta degli Infreschi. Sassi che duettano con i massi imperiosi della mente. Sassi ancora sassi che lanciati sul pelo dell’acqua suscitano riverberi concentrici e ti schizzano la schiena, baciata dal sole. Sassi che osservati dalla Torre dei Caprioli a strapiombo sul mare luccicano come coccinelle, eppure sono sassi su sassi. Che in questa notte ancora cilentana sognano di essere qualcos’altro, mentre il golfo di Policastro lambisce i loro sospiri ingenui di sassi.

stanco

Sono stanco: stanco di sentirvi, di auscultare il mio corpo e trovarvi in ogni sua giuntura, in ogni fibra di questo albero di carne che da tempo mi segue… fatto di sangue e nervi. Sono stanco di leggervi, di parlarvi, di sentirvi, di confrontarmi cu chi nun vo’ capì. Sono stanco ‘e cu me se rutt’o cazzo pure Giordano Bruno… ca starà penzanne: ca mamma d’ ‘a maronna nun v’è bastato ‘a m’abbrucià? Mo’ pure dint’e cartune?  Mettiteve scuòrno. Sono stanco no di Scampia ca m’ha ‘mparate ‘a fà l’Omme e mi ha dato il privilegio di conoscere il volto reale dell’amicizia e della resilienza, ma di chi ne parla, ne scrive, ne fa spettacoli, film, arte, educazione, pinzillacchere… pon puf e paf ma sempre a 15 chilometri di distanza e sempre nel periodo giusto per lui e pe’ chicchirichì. Sono stanco dell’essere umano che si spenzola sempre per apparire; chesta è ‘a zita è se chiamme sàbella, dicevano gli antichi, a chi ‘o caviale ‘a chi ‘a murtatella, aggiungo io. Sono stanco dell’assessore che bacchetta il sindaco e del sindaco che tira la giacchetta alla regione. Stanco di chi ci strattona, ce ‘nguacchia ‘a capa ‘e s’arrobbe ‘e respire. Stanco del governo, del vaticano, della curia, della legge Biagi e del pacchetto Treu. Sono stanco d’ ‘o paraviso, d’ ‘o purgatorio, di Dante e Bakunin. Pasolini Pasolini, Pasolì addò staje? Altri anni senza di te. La tua lucida leale e disperata maschera sul grigiore truffaldino piccino. Sono stanco di avere un computer ignorante che mi consiglia Pisolini. Ah, qualcuno mi consiglia di andare in vacanza, forse ci andrò tanto l’ho detto in più occasioni: i servizi cosiddetti alla persona in questo paese non sono una priorità, non servono educatori preparati ed esperti, serve chi sa servire, chi mantène ‘o carro p’ ‘a scèsa, serve ‘o volontario, l’esercito, serve chi coadiuva lo status quo ma strizza l’occhio alla cultura. Sono stanco della munnèzza ma se po’ sàpè addò l’aggio jttà, ma soprattutto dove? Sono stanco del napoli e di chi ne parla, come ne parla. Sono stanco delle morti bianche che si dimenticano nello stesso istante che una vita è mozzata. Sono stanco di indossare una città di mare solo parzialmente. Sono stanco di chi mi dice che napoli è così e che i napoletani sono colà. Stanco dei terrapieni che innalzano ogni giorno nelle nostre teste, alle nostre spalle. Sono stanco perché sto perdendo il rapporto con la natura, con la bellezza, con la meraviglia. Sono stanco nel constatare che le relazioni umane sempre più spesso sono attraversate da ettolitri di alcol. Sono stanco di chi pensa di essere più furbo di me e di sapere cosa penso e in cosa sono manchevole. Sono stanco di una nomea che in tutto e niente non incarna il battito del mio respiro.  Stanco sono di chi assorbe di napoli il peggio e poi con infamante triangolare arbitrarietà la tratteggia. Sono stanco di sentire che Goethe, Sartre e pure l’europa sono passati per napoli. Ma ‘a mme che me ne fotte? Sono stanco. Si vede?

contromano

Dice verità: chi? Risponde domanda. Il sax è seduto in custodia gli fa compagnia la polvere. La voce è assente spiffera la rugosità di una tonalità anarchica. L’assenza di una presenza mi ricorda mia nonna. Ed ecco che ripesco  nella mente bambini sul bagnasciuga spruzzarsi acqua e diffondere sorrisi immacolati.

Chiede silenzio a che punto è l’armonia dei fiati? Il cuore pompa la polpa di un battito non ancora battuto: batte forte a perdifiato corre sull’ovale prato di granturco.

Nella meraviglia dell’attesa si srotola il pettirosso ferito che tratteggia l’ascesa della mente e sussurra: aluta continua, la lotta continua.

L’assolo dell’ottone permane nelle risaie e nei campi elisi della mente; ancora acerba.

la vicina siria

La Siria è vicina. Damasco è a tre passi da dove vivo, eppure il mondo si fa lontano da noi, si perde nelle chiacchiere del dopo cena. Imbrocca strade e sistemi che giustifica come se avesse bigiato scuola: siamo fuori la scuola di nostra vita, mentre il muezzin canta disperato per il sangue che stilla dalla sua-mia terra per mano di altri. Canta questo fratello da un minareto immaginario. Sospeso tra corpi esanimi e paura di non farcela. Canta, canta senza voce, il vento secco e ferroso lambisce ogni fibra, i suoi nervi sono corde di liuto dove arpeggia il suo incontenibile canto di dolore. Mentre la Russia si è ingurgitata strade e fagioli e con il suo culo moscio bombarda bambini, anziani, donne e uomini. E continua a mortificare la radice di questo popolo, cercando nel mutismo alleati, nel traffico putrefatto della storia di ieri: l’omertà di oggi. In queste situazioni i sentimenti si frastagliano, gli opposti si attraggono, le parole non servono ma attraverso di loro si può trovare un modo, per farsi rivolo o volano. Le parole sanno essere balsamiche o spigolose.

La lettera che segue è di Khaled Khalifa.

http://www.nazioneindiana.com/2012/02/09/lettera-aperta-agli-scrittori-di-tutto-il-mondo/

il merlo giacobino

Prologo:

Renitente/

serico piumaggio/

assolato e curvo/

aerodinamico/:

s’apostrofa/

Mugghiato da sempre:/

senza mai restare;

sazia la volta/.

In una notte gassosa

Giacobino di nome/

Il merlo

stirò il becco e riscosse;/

Il regno vitale di acqua precipitata.

Monologo:

Finché sono stato in gabbia, ho percepito la vivezza delle ossa coperte dal pennuto che ho dovuto abitare.

L’annaspo è posizione dell’infante, mentre la grazia come la pena è pezza che veste l’anima non il succo.

Io sono un merlo e nelle mie fibra spenzolarmi nella calotta di coscienza, per farlo forzo le scapole, come il nascituro saggia il limite, mentre carponi.

Siamo entrambi migranti come le stelle, il silenzio, il plenilunio.

Il migrante è uccello di frontiera è incapace di restare. Transita: non cessa mai d’essere un clandestino della specie.

Acerrimo volatile della latitudine che a croce di volo, si sospende di traverso, virando nell’ovunque spettina la longitudine che ognór lo respinge.

In quei momenti il tempo smette di ragliare, accade che il precipitante sia intrappolato, ma dove?

Anche quella notte senza restare stavo nel traffico di gravità, sparato dalla calotta e leccato dalla superficie; danzando sopra la piccineria di voi umani, prossimo ad una discarica a cielo capovolto. Che di rosso s’ombreggiò.

Da quella notte il lamento della specie si è avvinghiato al corpo che vesto e nell’infinito si perde.

vattene 2011

Vattene 2011 esci da me e da tutti noi, scappa non farti più trovare con quest’aria putrefatta che ha incatramato pure l’aria che respiriamo, vattene figlio di puttana tu e la crisi, lo spread e la manovra cresci italia; qui non cresce niente tranne il malessere e la percezione di sentirsi sempre di più un capitone senz’aria, senz’acqua sbattuto nella padella dal boia di turno. Vattene 2011 e dammi i miei soldi che aspetto da due anni da una politica che valuta i servizi rivolti all’infanzia e all’adolescenza meno di una bottiglia di berlucchi, meno di un pacchetto di sigarette comprato a forcella, meno di zero. Vattene non è una minaccia, non ho tempo né voglia ma spezza la tua coda colma di fiele che ha scudisciato abbastanza quest’anno: ogni esistenza, ogni possibile vagito di socialità, ogni (r)esistenza. Vattene 2011 e riportami i sorrisi a 32 denti di fratelli emigrati, riportami Valerio, Torcia, Rossella, Carla, Enzuccio, Rino, Mena e Checco ferryboat, fieri e contenti di restare nello stivale, soddisfatti perché riconosciuti per il loro talento, il loro agire. E’ solo un auspicio, lo so, un desiderio ma stasera allo spuntare della mezzanotte non farti trovare quando brinderò al tuo commiato, vattene un attimo prima. Amen.

‘na sera

Toh!

E’ ‘na sera comme nàta/pure sì nun vo’ essere uguale ‘a chell’ata/è ‘na sera ca nun s’arriva ‘a pere né cu ‘e mane/

‘o rinculo ‘e ‘na jurnata ca t’ha futtuto ‘o respiro ‘e vestuto d’affanne/te fà popò.

E’ na sera ca nun suppuorte ‘a casa ròtta/l’amico ca te parla, chillato ca te cunziglio,‘a guagliòna ca te sfruculè/

‘ntanto ‘e macchine passane ‘e penziere te sputane ‘nfaccia;

E’ accussì cuscienza, critica ‘e dialettica hanno pusate ‘e fierre/comme scarpe nòva ‘a fòra è vecchia ‘a dinto/

comme ‘a dicere ogge no, ma dimane sì.

E’ ‘na sera comme è nàta ‘o ciato comm’è sempe se smarca/è dà centro campo tira ‘a cuollo chiàto no pe’ signà/

ma pe’ capì addò c’ha fà ancora arrivà.

E’ ‘na sera addò ‘e panne ‘e lanta nun vestene cchiù chille ‘e mje/eppure meco currja/ancora!