scusate ma che sta succedendo? Niente! Sono operatori sociali. E chi sono?

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Jon Henley is travelling through Portugal, Spain, Italy and Greece to hear the human stories behind the European debt crisis. Here he describes the impact Italy’s austerity measures have had on non-profit organisations in Naples

Pietro Varriale

Pietro Varriale works with troubled youths in Naples; he hasn’t been paid in two years. Photograph: Jon Henley for the Guardian

Pietro Varriale is a burly, bearded and impassioned man who has been working with children in difficulty in Naples since 1998. He is involved in two projects through a non-profit organisation called Associazione Obiettivo Napoli: in one, he and his six-strong team welcome between 30 and 60 children a day aged eight to 16 who are in minor trouble – at school, with their families or with the police – and work with them: making lamps and furniture from recycled materials they collect themselves from the rubbish dump, mounting plays, sometimes just playing football.

In the second, the youth workers provide one-on-one counselling and advice to severely affected youngsters: victims of sexual abuse, of violence, who have family members in prison. Many of the children the youth workers deal with in this particular programme, Pietro says, come from families with links to the Camorra, Naples’ all-pervading Mafia-like criminal organisation.

“It’s a question of building up trust, educating them emotionally and morally, improving their self-esteem,” he said. “Very often they have experience of violence, and their first instinct is to resort to violence. It’s something you have to do step by step. It takes time, building such relationships. To start with you’re an intermediary between them and society, and the goal is gradually to be able to step back, so they can become full citizens themselves.”

Since the austerity measures introduced by central government to tackle Italy‘s yawning budget deficit and shore up confidence in its economic system, however, Obiettivo Napoli has been running into problems. Central funding to town halls has been cut, in some cases drastically, and organisations like Pietro’s, which sit uneasily somewhere between education, welfare and rehabilitation budgets, have been the first to suffer.

Bureaucratic obstacles are being put in their way: “They’re saying we need a second degree in education science to be able to do this work,” says Pietro. “It’s crazy. I have 15 years experience in this field, most of the team likewise, and we all have first degrees. A second degree is going to cost people a fortune, really a lot of money, and there’s no help or grant for that kind of thing. We’ve been given till 2013 to conform.”

Rather more seriously, the city hall has simply stopped paying Obiettivo Napoli’s bills. The association has had to borrow money from the bank to bridge the increasing gaps between payments. Pietro says he hasn’t been paid properly for nearly two years. He doesn’t have a family to support, but nonetheless has had to resort to bar work, waiting, picking tomatoes, building stages for concerts and summer outdoor theatre productions.

“You keep going because of the kids, the relationships you build up,” he said. “You just want to give them a choice in life, give them the skills so they can function properly in society. It doesn’t always work, of course with some of them you don’t succeed. But there are others …

“Just recently one boy, from a very violent background, very difficult – we were collecting stuff to recycle from the tip and he cut his knee. He held up this bit of skin and said, ‘Hey, Pietro, what can we recycle this for? Could be useful.’ He was joking, of course. But you knew he had changed, grown up, understood something. He would never have reacted like that before.”

His story encapsulates quite a few of Italy’s problems, Pietro reckons: “A bureaucracy that’s never happier than when it can create barriers to people who want to do something useful. Laws that are sound in principle, but can’t be made to work in practice. A lack of concern for the collective good. An absence of vision, of a real political or social project, on the part of politicians. And now a shortage of public money. It’s not great.”

 
 

vergogna italica


‘O senegal è senegal, se sàpe, se vère è un fatto la saggezza che promana dallo sguardo di questo Senegalese, fierezza e ira si mischiano e ci attraversano come un bisturi, mentre la sua sagacia di analizzare le cause che hanno reso possibile l’incredibile è un montante di Tyson nello sterno.

chi sono quei ragazzi?

Chi sono i ragazzi che hanno molestato la ragazza di Casoria? Che volto avranno i prossimi che oltrepasseranno tale limite e soprattutto che volto avrà la vittima? E’ difficile pescare nella testa le parole appropriate, darsi da fare come singoli, prima, che come comunità presuppone un pensiero. Qual è oggi il pensiero che ha l’adulto nei confronti dell’infante – utilizzo tale lemma non a caso – oltre ad essere adultocentrico? Una certa sociologia da tempo sembra persa nei meandri della metodologia e della ricerca sociale con il risultato che ha  esautorato se stessa, la psicologia nemmeno a parlarne con l’idea fissa dell’anafettività è perennemente in bilico, tra meglio non dire….  forse sarebbe preferibile farglielo esplicitare o sarebbe interessante osservarlo, magari  a carnevale.  La scuola meglio lasciare stare.

Da anni svolgo la funzione di educatore in servizi alla persona in convenzione con il Comune di Napoli e la Regione Campania e non è questa la pagina per dire in che condizioni noi operatori sociali da anni versiamo, in termini di riconoscimento, di pianificazione, progettazione sociale e stipendi.

E’ arduo rintracciare in questo settore le colpe o un possibile interlocutore istituzionale atto a trattare con serietà, etica e conoscenza la materia della spesa sociale e ad impegnarsi nel portarla sui tavoli congrui come priorità assoluta di un settore che,  di fatto, è essenziale ma consustanzialmente ferito, esanime, scamazzato.

Dicevo, chi sono quei ragazzi? Di ragazzi ne ho conosciuti e tuttora mi onorano con la loro presenza nelle attività socio-educative, nei laboratori che spesso diventano spazi protetti dove narrano di sé, ognuno diverso, anche, se un comune denominatore attraversa i loro sguardi, le loro fragilità vestite da improperii, da un vociare spaccaudito per coprire chissà che cosa? Non è solo un modo di superare l’altro, ammantarlo, è qualcosa di molto più. Ognuno con la loro istanza muta, strillata, struppiata perché tatuata sulla pelle. Trapiantata spesso da un quartiere congestionante, da una mamma che un attimo fa ha dovuto abbandonare i profumi di un’adolescenza precoce per diventare mamma. Ognuno una storia mai qualunque.

Chi sono quei ragazzi? Siamo sicuri che la loro manifesta violenza è altro da noi? E che non sia, invece, una concausa fattuale della nostra inettitudine di adulti intrisi da un violento malessere?

il lavoro che uccide

“Cos’é volgare? Chi é morale? Chi, o cosa, la domanda deve essere posta, chi ha l’onniscienza per definire la decenza, chi decide quello che può corrompere una coscienza… “, iniziava così una vecchia canzone degli articolo 31 sulla censura, eppure a sentirla oggi sembra scritta apposta contro chi con le sue azioni da vecchio monarca ci censura la vita, ci avvelena l’aria che abbiamo deciso di respirare in questo quarto di cielo. Probabilmente Giuseppe Papa 50 anni, operatore socio sanitario in una clinica di Castelmorrone, nella vicina Caserta ha visto il suo cielo sgretolarsi e l’aria diventare pesante, le dita friabili, mentre nel suo corpo transitava una disperazione acerrima da costipargli il petto. Quando ha deciso di legarsi una corda al collo, lasciandosi cadere. E’ in questi momenti che il proverbio: ‘a capa è ‘na sfoglia ‘e cepolla, fa agire un pensiero, drammatico, opinabile, libertario non sta a me tracciare verità né giudicare, piuttosto voglio condividere un sentire di vera e onesta compassione, come partecipazione al dolore con chi deve resistere per esistere, il mio pensiero va ai figli, alla moglie. Cosa rimane? Cosa lascia il gesto tragico di Giuseppe Papa? Un dolore che promana una sofferenza che ha cause oggettive. Quattro mesi senza stipendio per chi svolge la funzione di operatore sociale non è un periodo lunghissimo, ci sono operatori che non percepiscono lo stpendio da un anno. Ma non voglio fare inutili confronti temporali, non è il caso e non porta a niente. Il problema tutto non è  ascrivibile solo nelle spettanze economiche, o nelle fatture ancora non pagate da questa Regione o da quel Comune. Piuttosto è nella condizione costante di provvisorietà che, di fatto, consuma, smantella, scamazza.  Chi incessantemente e indefessamente è a contatto con la vulnerabilità altrui, con la sofferenza. Constata una verità lardellata di malessere che spesso si congiunge con la sua,  nel vedere tagli e ritagli ai Fondi dell Politiche Sociali da parte del governo nazionale. Dunque, non per un gioco di astri e, neppure, per un caso scellerato assiso sulle proprie groppe come un gufo, ma per una precipua volontà politico-culturale. Che si mortifica questa flotta umana di lavoranti sociali, che innanzitutto è  cuore, fegato, nervi, sterno, braccia, sesso, anima, stomaco, perineo, vertebre, torace, bocche…  insomma, siamo persone e come tali non impermeabili. Pertanto, ogni strappo dato oggi al sociale, quello che lavora, non quello mediatico, episodico, messianico. E’ un impoverimento massivo per il futuro; involar bellezza, mantenimento dello statu quo.  Il sociale come comparto, invece, giorno dopo giorno si adopera per rispondere ai bisogni effettivi, promuovendo l’autonomia nei soggetti utenti e non autocelebrazione garrula, crea percorsi abili di cittadinanza attiva, irrobustimento del sé, per un mutuo soccorso tra soggetti diversi e consapevolezza di non essere avversi.