pensavo

Pensavo a Mergellina con le sue scorie, con i suoi figli migliori, truffaldini e mezzetacche. Pensavo al castel dell’Ovo c’annasconne oro ‘e munnezza. Pensavo a Cuma e a Ersilia Maria Crisci. Pensavo al volto di una donna della Tanzania, pensavo a Buenaventura Durruti, pensavo ad un vecchio proverbio swahili, pensavo ai miei fraterni amici. Pensavo alle carceri, pensavo a Herry Miller, a Mumia Abu-Jamal. A Gregory Corso. A Miriam Makeba. Pensavo al costo di un’altalena in un parco, di uno scivolo e a quanti sorrisi di infanti si spalancano. Pensavo a mio padre che era un gran d’uomo e a mia madre ca tene ‘e palle quadrate: pure sì essa nun ‘o ssape. Pensavo a Prince, a Maya e ai tanti bambini, adolescenti che ho conosciuto: vorrei riuscire ad essere per ognuno di loro; lana per l’inverno e borraccia d’acqua in estate, vorrei accogliere i loro sogni e facilitarli lungo l’istmo della vita. Incendiare la piccineria, lo spread, il 27, il 31 e il 5 di ogni mese. Pensavo a Jean Genet e al suo sguardo pulito sul mondo. Pensavo alle quattro giornate di Napoli. Pensavo al mestiere  di educatore che nel bene e nel male svolgo e che ho imparato a fare attraverso il dolore, le destrutturazioni, le contraddizioni, le distorsioni che la società genera, amplifica, le estende. Pensavo alla 167 di Scampia, al mio cuore, a Secondigliano, Miano, Piscinola, Marianella. Pensavo a Torquato Tasso, a Pasolini, ai Crepuscolari e allo spleen di Baudelaire: a Irene che me li ha fatti conoscere è se n’è ghiuto senza fare rumore, prima che ci confrontassimo sulla loro poetica; pensavo al suo garbo, ai suoi occhi fieri e sfacciati. Pensavo…, mentre nella città sottovuota ancora si generano violenze su violenze, ancora lobby, ancora intrallazzi, ancora accordi sotto banco. Ancora faccendieri. Ancora assenza di vita e meraviglia.

contromano

Dice verità: chi? Risponde domanda. Il sax è seduto in custodia gli fa compagnia la polvere. La voce è assente spiffera la rugosità di una tonalità anarchica. L’assenza di una presenza mi ricorda mia nonna. Ed ecco che ripesco  nella mente bambini sul bagnasciuga spruzzarsi acqua e diffondere sorrisi immacolati.

Chiede silenzio a che punto è l’armonia dei fiati? Il cuore pompa la polpa di un battito non ancora battuto: batte forte a perdifiato corre sull’ovale prato di granturco.

Nella meraviglia dell’attesa si srotola il pettirosso ferito che tratteggia l’ascesa della mente e sussurra: aluta continua, la lotta continua.

L’assolo dell’ottone permane nelle risaie e nei campi elisi della mente; ancora acerba.

papà si è rotto il giocattolo

    L’uomo cammina nella casa, sa dove mettere le mani. Con i suoi quattro sensi a disposizione. Avanza in cucina, prende un bicchiere dal mobile sopra il lavello. Si volta. È davanti al frigorifero lo apre, afferra una bottiglia con la quale riempie il vetro. Ripone la bottiglia nel vano dell’elettrodomestico che richiude subito. Poggia il bicchiere sul tavolo, poi apre il secondo cassetto alla sua destra, acciuffa un sacchetto di plastica nel quale tuffa la sua mano, portando fuori tre biscotti. Pone il tutto su un piatto che ricava dal lavabo. E si dirige nella stanza accanto, dove sua figlia gioca. Il passo pesante dell’uomo non disturba né la bambina né il silenzio che circonda la casa. Sistema il piatto sul tavolino di vimini accanto alla cesta dei giocattoli e s’avvicina alla bambina.

“Papà si è rotto il giocattolo”, la voce della figlia interrompe il silenzio.

Il padre che gli è accanto si accorge che un liquido le cola dalle mani: “Cos’è?” Chiede. La bambina risponde: “Non lo so”. Il padre con la mano aperta le tratteggia prima il contorno della spalla, poi le prende la mano che s’intreccia con quella della bambina, quasi a fare una pergola: “Cosa sono questi pezzi?” Chiede. La bambina si guarda prima il pollice poi l’anulare, volge lo sguardo al padre: “Non lo so”, risponde. Il padre si aiuta con il braccio della figlia, si siede come gli antichi egizi: formando con il capo un triangolo. La sua mano è ancora nella mano di lei.

Anche la voce ha lo stesso timbro di prima, e chiede: “Cosa sono queste due palline?”

La bambina si allontana di un palmo, guarda i due piccoli globi, poi aggrotta le sopracciglia: “Non lo so”, risponde.

Che il giocattolo si sia rotto, per il padre è ininfluente se non fosse che avverte nel corpo e nella voce di sua figlia un’agitazione che non gli piace, lo preoccupa.

Si ravvicina e con tutt’e due le mani cerca di rassicurarla scorrendo lungo le sue mani. Si accorge che i palmi sono ricurvi e stringono qualcosa che non è facile comprendere al tatto.

Decide di carezzarle il dorso che sente lentamente schiudersi. La bambina si tinge di rosso come un pomodoro san marzano perché sa che è arrivata la sua stagione e deve esprimersi, con il suo sapore. Invece la bambina unisce le mani e chiede: “Papà a che ora passa zia camomilla?” Il padre si stira la schiena e risponde: “È presto, ma dimmi c’è qualcosa che ti turba?”.

“Non lo so, ho solo voglia di zia camomilla!”, risponde sicura. “A quest’ora?”, chiede il padre. “Uffa, me la merito”, ribadisce lei. “Adesso chiediamo a mamma”, suggerisce il padre. “No, la voglio adesso, me la merito”, rafforza la bambina. “E cosa avresti fatto di tanto speciale per meritartela a quest’ora?”, il padre scherza. La bambina tace.

 “Chissà perché mamma tarda ad arrivare?” Chiede il padre. È in pensiero per la moglie, ma non lo da a capire. La bambina dà uno schiaffo a palmo aperto sulla mattonella che risuona nella stanza e nei nervi già tesi del padre.

“Papà si è rotto il giocattolo.”, dice tutto di un fiato, di nuovo la bambina.

Il padre fa un balzo in avanti, e chiede: “Quale giocattolo?”

“Quello…”, risponde la bambina.

Il padre fa un lungo respiro come per allontanare un presentimento. Avvicina la cesta dei giocattoli e inizia a toccarli uno a uno, per capire quale pezzo di stoffa, legno o plastica abbia procurato questo nervosismo alla bambina.

“Questo è Winnie?”, chiede, porgendole un orsacchiotto. La bambina non risponde, mentre il padre continua a sentire con il palmo della mano ogni giocattolo e chincaglieria venga fuori dalla cesta.

“Stai tranquilla lo cureremo, ma aiutami a trovarlo”.

“È una bugia”, ammonisce la bambina.

Il padre è disorientato conosce quella voce strozzata nel cuore. Lascia cadere la stanza delle Winx e con la mano cerca gli occhi di sua figlia.  “Calmati e dimmi è quello che ti abbiamo regalato questa estate con la piscina e lo scivolo che non mettevi mai a posto?”, chiede.

“No, è quello che metteva a posto tutti gli altri”. Imbullona la bambina.

il merlo giacobino

Prologo:

Renitente/

serico piumaggio/

assolato e curvo/

aerodinamico/:

s’apostrofa/

Mugghiato da sempre:/

senza mai restare;

sazia la volta/.

In una notte gassosa

Giacobino di nome/

Il merlo

stirò il becco e riscosse;/

Il regno vitale di acqua precipitata.

Monologo:

Finché sono stato in gabbia, ho percepito la vivezza delle ossa coperte dal pennuto che ho dovuto abitare.

L’annaspo è posizione dell’infante, mentre la grazia come la pena è pezza che veste l’anima non il succo.

Io sono un merlo e nelle mie fibra spenzolarmi nella calotta di coscienza, per farlo forzo le scapole, come il nascituro saggia il limite, mentre carponi.

Siamo entrambi migranti come le stelle, il silenzio, il plenilunio.

Il migrante è uccello di frontiera è incapace di restare. Transita: non cessa mai d’essere un clandestino della specie.

Acerrimo volatile della latitudine che a croce di volo, si sospende di traverso, virando nell’ovunque spettina la longitudine che ognór lo respinge.

In quei momenti il tempo smette di ragliare, accade che il precipitante sia intrappolato, ma dove?

Anche quella notte senza restare stavo nel traffico di gravità, sparato dalla calotta e leccato dalla superficie; danzando sopra la piccineria di voi umani, prossimo ad una discarica a cielo capovolto. Che di rosso s’ombreggiò.

Da quella notte il lamento della specie si è avvinghiato al corpo che vesto e nell’infinito si perde.