parlami

Parlami ma questa volta non sbattere le labbra nel cercare le parole: esse si faranno trovare non appena le avrai dimenticate. Parlami come se non fossi io ad ascoltarti. Non violentare quel meraviglioso accadere. Le parole lo sanno da sé quale galleria attraversare e che accento dovrà indossarle. Non è un caso se non riesci a parlarmi. Non sono refrattario ma impermeabile al tuo pensierar. Mi chiedi il perché? – È capitato! – ti rispondo.

Potrei aggiungere che il tono che usi mi disgusta, oppure quel tuo voler creare a tutti i costi contatto, essere simpatia, creare effetto. Mi sa di clericalismo laico del tutto superato. C’è stato affidato il suono e nessuna proprietà, smettila di procedere arresta l’arranco che ti inchioda e offende l’intelligenza che un giorno hai trovato nel corpo.

Mi chiedi se hai possibilità? – Il problema è il tuo voler misurare ogni cosa.

È capitato, se continuo a scornarmi con il vento. È capitato, se nel cuore ho il mare e nell’anima il carnevale. Ci sono luoghi della mente ancora da arredare. Ci sono occhi che hanno taciuto e spade che hanno ballato.

Ci sono lontananze da vivere, adesso, sono mani che rovistano negli interstizi. È stomaco che sente. È un tempo nel tempo: che se vorrai avrà per te pneumatici che ti aiuteranno ad attraversare strade sterrate. Sarà un tempo diagonale ad accompagnarti. Non fare domande. Cessàti. Lascia che sia.

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il merlo giacobino

Prologo:

Renitente/

serico piumaggio/

assolato e curvo/

aerodinamico/:

s’apostrofa/

Mugghiato da sempre:/

senza mai restare;

sazia la volta/.

In una notte gassosa

Giacobino di nome/

Il merlo

stirò il becco e riscosse;/

Il regno vitale di acqua precipitata.

Monologo:

Finché sono stato in gabbia, ho percepito la vivezza delle ossa coperte dal pennuto che ho dovuto abitare.

L’annaspo è posizione dell’infante, mentre la grazia come la pena è pezza che veste l’anima non il succo.

Io sono un merlo e nelle mie fibra spenzolarmi nella calotta di coscienza, per farlo forzo le scapole, come il nascituro saggia il limite, mentre carponi.

Siamo entrambi migranti come le stelle, il silenzio, il plenilunio.

Il migrante è uccello di frontiera è incapace di restare. Transita: non cessa mai d’essere un clandestino della specie.

Acerrimo volatile della latitudine che a croce di volo, si sospende di traverso, virando nell’ovunque spettina la longitudine che ognór lo respinge.

In quei momenti il tempo smette di ragliare, accade che il precipitante sia intrappolato, ma dove?

Anche quella notte senza restare stavo nel traffico di gravità, sparato dalla calotta e leccato dalla superficie; danzando sopra la piccineria di voi umani, prossimo ad una discarica a cielo capovolto. Che di rosso s’ombreggiò.

Da quella notte il lamento della specie si è avvinghiato al corpo che vesto e nell’infinito si perde.